Quella sera la pizza napoletana del mio caro amico cingalese era stata preparata dalle sue mani veloci in maniera eccellente come al solito, ma non avevo calcolato bene le conseguenze che quei cinquecento grammi di pasta, pomodoro e acciughe avrebbero avuto sull’equilibrio idro-salino del mio fisico già ampiamente disidratato.

 Quel giorno era stato il culmine di un’ondata di caldo che aveva messo a dura prova la resistenza di ognuno di noi e le mie cellule avvizzite dall’afa avevano dovuto sopportare anche quell’ultimo affronto che avevo lanciato; le mucose aride e sabbiose del mio cavo orale, urlavano disperate il bisogno di liquidi e fu così che mi attaccai alla bottiglia d’acqua, continuando a bere fino a che non andai a dormire.

 Anche se la mia vescica aveva fatto le bizze tutta la notte implorando a ritmo di tre ore un rapido svuotamento dall’eccesso di liquidi bevuti, la mattina successiva mi alzai di buon umore, lesto e vigile. Era già stato deciso che quel giorno avremmo fatto una gita pomeridiana, alla ricerca di un posto di montagna dove riposare e gozzovigliare alla fresca brezza dei nostri appennini.

 Le gite fuoriporta mi mettevano sempre una fresca agitazione e la mattinata, che già era rovente, solleticava il pensiero gioioso della mia figura saltellante come un capretto sulle rocce di montagna.

 La comitiva era ben distribuita a coprire ogni fascia d’età; c’erano Giovanni e Angelo, i vecchietti del gruppo, che quella mattina, nonostante avessero superato i settanta da un pezzo, si erano svegliati gagliardi e pimpanti, c’ero io ovviamente con il piede pronto sull’acceleratore, e Giorgio, il più giovane del gruppo, con il suo immancabile libro universitario al seguito.

 La partenza fu rapida. La strada che scorreva sotto le gomme lisce, già cominciava a sudare sotto la canicola che frustava l’asfalto chiaro e consumato. La statale che percorrevamo si snodava nell’ampia e verde vallata lungo il lato destro del fiume, poi seguendo il percorso del suo affluente principale, si incanalava tra le alte e scure pareti rocciose della gola calcarea come uno spago in una cruna.

 A ogni ansa del torrente le montagne aspre disegnavano sui nostri occhi scenari sempre nuovi di primitiva bellezza e gli alberi abbarbicati sulle pareti scoscese, con il loro verde intenso, ci illuminavano di vita e d’estate. Mentre guidavo, il cielo azzurro con bellissime e spumose nuvole estive squarciava i contorni della stretta vallata. Fu allora che sentii salire un brivido di pace tra le anse delle mie costole. Quella sensazione di illimitata e imperitura compiutezza che in precedenza poche volte mi era capitata. Lì, in quel momento, tutto era perfetto così, le nostre vite erano perfette così. La mattina era appena iniziata e io avrei voluto che durasse per sempre, guidare senza sosta su una strada senza fine, a ogni curva un nuovo cielo da scoprire e ancora un’altro spazio da affrontare.

 Un leggero scossone della macchina purtroppo destò Giovanni, che come me si era perduto chissà dove su quelle creste appuntite. Fu la fine del breve idillio. Come in ogni viaggio che saltuariamente facevamo cominciò a blaterare di una notizia politica del giorno prima, lamentandosi come sempre del politico di turno e dello sfacelo dell’Italia. Angelo per non restare indietro, dapprima approvò testeggiando le sue profezie patriottiche nefaste, poi, come ogni volta, spinto da non so quale moto catartico interiore, iniziò a stilare la sua personale lista di amici deceduti o moribondi sul letto d’ospedale. Non ho mai capito se fosse il suo modo di esorcizzare la morte, o il suo modo per ricordarci la fugacità della vita, il suo personale “Memento mori”.

 Per quanto avessi sentito quei discorsi migliaia di volte, sapevo benissimo che nel nostro incedere verso quote più elevate, lentamente il mormorio sarebbe calato di volume ogni circa cento metri di altitudine. Eravamo stati già altre volte in montagna e puntualmente verso quota ottocento le voci che prima in pianura si affollavano nell’abitacolo, a poco a poco si trasformavano in brevi frasi o singulti, fino a sparire del tutto e lasciare spazio al sonno profondo a quota mille. Avevo perciò parecchia strada davanti a me da passare diviso tra i miei pensieri e la musica dolce in sottofondo.

 La nostra destinazione quel giorno era il piccolo paese di montagna posto alla sommità di un crinale da cui si diramavano diversi percorsi escursionistici. Arrivati lì, saremmo poi montati su una scassata cabinovia che ci avrebbe fatto raggiungere la nostra meta definitiva, il rifugio di montagna a duemila metri sul livello del mare.

 Giunti alla piazzetta del paese di colpo si svegliarono tutti. I due vecchietti del gruppo si rinvigorirono all’istante con occhi vispi e pronti. Immagino fosse stato il sollievo dal prolungato schiacciamento dei testicoli sui sedili, a causare quel picco di secrezione del loro testosterone residuo. Dopo la lunga dormita infatti erano arzilli e di buon umore, anche se ancora non sapevano che per arrivare al rifugio avrebbero dovuto salire sulla vecchia e inquietante cabinovia. Quando videro ciò che li aspettava, con mia sorpresa, sollevarono sì qualche obiezione, ma si arresero presto alle pressioni mie e di Giorgio.

 Mentre la minuscola cabina dondolava portandoci fin verso la cima, la montagna si spogliava lentamente della vegetazione, fino a rimanere quasi completamente nuda sulla sommità. Si scorgeva in lontananza, su uno sperone roccioso, il vecchio rifugio in legno, a dominare le due vallate che la montagna tagliava in due come una lama.

 A metà della nostra ascesa l’abisso sotto di noi si faceva imponente, ma io ancora mi sentivo al sicuro, felice come un bambino. Angelo invece cominciò a lamentare qualche doloretto al basso ventre, incolpando il dolcetto alla marmellata che da poco si era divorato. Probabilmente la causa del suo malessere intestinale, era da ricercare invece nella scarica di adrenalina che inondava il suo flusso sanguigno a ogni oscillazione della cabina nel vuoto. Arrivati a destinazione la lieve ipossia “d’alta quota” aveva terminato il lavoro di risciacquo delle anse intestinali di Angelo, che saltò fuori come un felino agile e corse subito a cercare un bagno dove scaricare tutta la tensione accumulata. Giovanni al contrario sembrava perfettamente a suo agio e si diresse lento e compassato verso l’ampia terrazza che accarezzava il dirupo sottostante, coricandosi a occhi chiusi su una panca di legno, verso il sole scintillante di metà agosto. Con le borse sotto gli occhi grigie e flosce sembrava un lucertolone sonnecchiante, con il distacco e la calma di chi aspetta che le cose succedano senza preoccuparsi di farle accadere.

 Una volta che Angelo ebbe finito il suo lavoro di pulizia interiore, tornò e si mise seduto accanto a Giovanni sulla panchina di legno scuro. Io e Giorgio proponemmo una breve escursione alla cima più alta del comprensorio che distava un’oretta e mezza di cammino, ma i due veterani ormai avevano stabilito il bivacco sul posto e li lasciammo a contemplare i ricami che le montagne in lontananza dipingevano nel cielo terso. Si erano presi un posto proprio all’estremità della terrazza, al riparo dal vento e vicino a un altro gruppo di persone. Angelo amava attaccare bottone con gli sconosciuti, era una peculiarità che a volte lo portava a fare figure decisamente imbarazzanti; spesso in verità poi conoscere altre vite si rivelava interessante per tutti noi, che alla fine approvavamo sempre con un sorriso la sua espansività.

 Io e Giorgio ci mettemmo così in marcia. Era un buon compagno di trekking, diceva poche e brevi frasi e aveva il passo deciso da montanaro. La salita non era nulla di speciale, il sentiero saliva in maniera dolce e costante senza darci grande impegno. Da entrambi i lati gli arbusti di mirtillo fluttuavano al vento e si propagavano a perdita d’occhio sui pendii circostanti. Durante il tragitto non parlammo mai, neanche una parola; il vento sferzava deciso alla nostra destra e le perle di sudore che ci bagnavano la fronte si dileguavano all’istante. Dopo settanta minuti di passo serrato, in netto anticipo sulla tabella di marcia, eravamo quasi giunti alla cima che potevamo vedere sopra di noi. Il tratto finale del sentiero era scavato tra enormi blocchi di roccia che si ergevano sul crinale decisivo fino alla sommità vera e propria.

 Giorgio davanti e io dietro, sicuro e baldanzoso. Mi sentivo giovane e vivo. Proprio come mi ero immaginato prima di partire da casa. Un allegro capretto di montagna.

Arrivati. Finalmente arrivati.

 La cima era un piccolo spiazzo di due metri per due. Non appena ci misi i piedi sopra vidi in maniera brusca quello che non mi aspettavo. Alla mia sinistra e alla mia destra il pendio era leggero nei primi metri, per poi precipitare con un balzo in un baratro senza fine. Davanti a me il salto era subito aspro e secco, con almeno cento metri di strapiombo.

 Intorno a me solo interminati spazi e sovrumani silenzi di leopardiana memoria, ma io in quel momento di infinito, anzi di indefinito, avevo solo il mio terrore.

Sentii un brivido freddo che lento saliva dall’estremità dell’alluce fino alla mia testa appuntita. Si arrampicava su come una biscia, lungo la gamba e la spina dorsale, insinuandosi nelle fessure di incertezza che aumentavano di secondo in secondo.

 Un rigagnolo di sgomento scese dalla mia fronte umida mentre la morsa al petto aumentava; l’orizzonte distante cominciò a roteare come una ballerina di tango. Le mani erano melma sudaticcia, le pupille dilatate come fanali nella notte. La mia mente in preda all’isteria, cominciò a costruire scene cinematografiche dove rotolavo a valle come una bambola di pezza, con arti e brandelli di carne che si staccavano durante la caduta.

 Ero sconvolto, sentivo di stare per perdere il mio autocontrollo. Sentivo che il mio corpo e il mio cervello non avevano più alcuna connessione. Avrei voluto urlare selvaggiamente, lacerare quel silenzio impietoso e gettarmi nel vuoto. Quel precipizio subdolo mi stava chiamando a sé come una sirena, il suo canto di morte mi risuonava nella testa confusa.

 Giorgio si era posto sul limite del dirupo con la gamba destra alzata su una roccia. Sembrava un condottiero d’altri tempi. Lui sì che si godeva l’infinito.

 Io invece mi acquattai su quattro zampe come un animale spaurito, nella speranza di contrastare le ossessioni suicidarie che si affollavano tra i miei pensieri. Ero in preda al panico e non osavo neanche guardare quello spazio aperto che si spalancava su ogni lato del mio corpo tremante. Così feci un ultimo tentativo di autoconservazione. Chiusi gli occhi e mi abbracciai stretto.

Non potevo arrendermi alla paura, non così. Io ero un allegro capretto di montagna, non un vile topo di fogna. Dovevo seguire la logica e abbandonare l’emotività. Distacco e concentrazione. Distacco e concentrazione.

 Dopo qualche minuto a occhi serrati, ero finalmente focalizzato sul mio mondo interiore di ascetica imperturbabilità. Riuscii finalmente a sentire il mio cuore. Il ritmo forsennato del suo battito a poco a poco stava rallentando. La mente offuscata dal terrore ricominciò a procedere di nuovo secondo sequenze di logicità.

 Non mi sarei buttato. Era solo la maledetta paura che aveva costruito quella scenografia horror violenta e impietosa. La mia volontà era un’altra. Io ero un allegro capretto di montagna, felice della mia vita d’alta quota, ben saldo sulle mie gambette sicure.

 Così mi alzai in piedi, ancora a occhi chiusi. Ero determinato a vincere. Il vento soffiava forte e faceva sbattere la mia giacca. Ero quasi pronto, ma mi concessi un altro minuto per verificare la lucidità dei miei pensieri e i miei parametri fisiologici. Il sudore era evaporato, il petto sollevato, il cuore sereno e calmo. Aprii gli occhi.

 La vastità era ancora lì. Ma il suo canto provocatorio di morte ormai era svanito. Tutto d’un tratto riuscii a contemplare la meraviglia dell’orizzonte pallido, le montagne tutt’intorno, le sfumature cromatiche del cielo e le nuvole sopra di me. Adesso sì che ero un allegro capretto di montagna; felice di essere lì, tra cielo e terra, più in alto di tutti.

 Giorgio che aveva assistito a tutta la scena mi guardava sorridendo, ma non disse nulla. Era un buon compagno di scalata, aveva intuito la mia vittoria interiore e me la lasciò godere in silenzio. Si voltò e si avviò risoluto verso il ritorno. Io rimasi sulla cima ancora qualche secondo a godermi la mia montagna. Chissà se mi avessero visto da un aereo. Un puntino su una roccia, un sasso, un animale, chissà. Ero tutto, sì ero tutto.

 Il viaggio di ritorno fu veloce, il sollievo e la gioia facevano danzare i nostri piedi e in un batter d’occhio raggiungemmo il rifugio. Angelo e Giovanni erano parcheggiati in compagnia di sconosciuti sempre sulla stessa panchina, con davanti i resti dei loro panini. Alla nostra vista ci gridarono contenti.

 Angelo ci presentò i nuovi amici che si erano fatti in montagna. Chissà quanti lamenti politici e storie di moribondi si erano dovuti sorbire quei disgraziati. Il resto della giornata passò veloce, tra risate spensierate ed esistenze da scoprire.

 Il sole era già calato dietro le cime a ovest e si avvicinava l’ora di ripartire. Eravamo tutti gioiosi e pieni di cose semplici; salimmo così di nuovo sulla cabinovia scassata e tornammo a valle.

 Di nuovo in macchina. Dopo pochi minuti stavano già ronfando tutti. Giovanni dritto sulle spalle come una mummia, Giorgio abbracciato al suo libro, Angelo vicino a me masticando sapori lontani di panini al prosciutto.

 La strada in discesa scivolava veloce e la città, giù in basso, stava aspettando di accoglierci tra le sue braccia calde e umide. Lassù in lontananza, riuscivo ancora a vedere la mia vetta. Eterna e immobile alla luce tesa della sera.

 Una parte di me era rimasta là in alto. Un piccolo puntino felice. Un allegro capretto di montagna.

 Un giorno sono sicuro che tornerò a cercarti. Aspettami, oh sì aspettami.