Erano scoccate da poco le sette di pomeriggio e nella grande sala con le imposte semichiuse brillava il bagliore del mega televisore appena acceso. Dalla stanza accanto, seduta su una vecchia sedia laccata di bianco, le dita sottili di Vanessa si agitavano furiose sui tasti del telecomando, come quelle di un organista alle prese con la toccata e fuga di Bach. Era alla ricerca del suo programma di cucina preferito, messo in registrazione dal giorno prima, che probabilmente lo zotico di suo padre aveva cancellato per sbaglio con una delle sue maledette partite della domenica. Questo tipo di cose la facevano infuriare e suo padre era un maestro nell’aizzarle la rabbia con la sua confusione maldestra. Purtroppo era fatto così.
 Lei che aveva fatto del rigore e della precisione un culto sacro, odiava le persone sbadate. Le suscitavano un ribrezzo viscerale. Da anni ormai la sua era una battaglia privata contro la noncuranza e la distrazione. La sua unica discriminante razziale era l’ordine. Avrebbe volentieri imbastito una pulizia etnica contro la poco evoluta specie dei superficiali, che trascuravano l’importanza dei dettagli e della puntualità. Gli avrebbe gettati con soddisfazione a uno a uno su un rogo, incenerendo in un istante tutta la negligenza di questo pianeta.
 Purtroppo il destino nefasto l’aveva condannata a vivere in un posto pieno di trogloditi e questo era un cruccio che proprio non riusciva a superare. Suo fratello almeno aveva avuto il coraggio di andarsene da quel mondezzaio umano. Alla prima occasione di lavoro, era saltato su un treno ed era partito senza più voltare la testa. Adesso lui sì che si godeva la vita. Nella Milano da bere, tra persone di un certo livello, gente raffinata, di classe. In un ambiente come quello di certo avrebbero apprezzato anche lei, sprecata e vilipesa quotidianamente in quel posto dimenticato da Dio, pieno di rozzi contadini. Aveva sempre creduto che era veramente un orrore che un diamante pregiato della sua caratura, fosse costretto a vivere in un posto tanto grezzo, circondato da persone così poco sofisticate.
 Adesso che ci pensava meglio, aveva cominciato a odiare suo padre proprio dieci anni prima, quando lei era tredicenne. Aveva deciso di portarla in quel posto strappandola alla movimentata e opulenta città. Dopo la morte di sua madre, quel vigliacco, l’aveva trascinata fin lì, in quel buco orrendo tra gli ulivi senza neanche guardarla in faccia. Non le aveva mai chiesto un parere, un misero accenno, una carezza di conforto. Aveva scelto di cambiar vita come se lei non ci fosse stata.
 Un giorno semplicemente era tornato a casa e aveva dato l’annuncio con squallida formalità. Dopo nemmeno un mese, era passata dalle abitudinarie ronde di shopping cittadine, a guardare come un ebete gli uccellini che svolazzavano tra gli orizzonti della campagna senza fine. Che triste fine aveva fatto.
Ricordava sua madre, che le diceva sempre di essere speciale. «I tuoi occhi azzurri cambieranno il mondo my darling», le sussurrava dolcemente. Lei si che la capiva. Avrebbe saputo di sicuro tirarla su anche in questo momento tanto nero. Magari intonando, come faceva sempre per calmarla, quella vecchia canzone di Anita Carter che le piaceva tanto. Chiudendo gli occhi poteva ancora sentire la sua voce delicata cantarle “Blue Doll” prima di addormentarsi.
 Avrebbe voluto essere ancora la sua bambola blu. Anche solo per un giorno.
Sua madre non era mai stata la classica donna dai classici lineamenti d’oltremanica. La sua pelle diafana nascondeva di fatto un miscuglio di geni orientali e il suo carattere hippy e ribelle ribolliva dentro un’educazione e una raffinatezza da high class.
 Il bisnonno di sua madre infatti era stato il proprietario di numerosi piantagioni di tè in India, acquistate per una manciata di sterline con la vendita di un vecchio e angusto mattatoio a sud di Bristol. In poco tempo aveva fatto una fortuna e si era costruito la sua personale arrampicata sociale tra i lord londinesi, arrivando anche a essere nominato baronetto da re Giorgio V in persona.
 Sir Robert Remington aveva uno straordinario fiuto per gli affari e una smisurata oculatezza nello scegliere sempre i collaboratori migliori nel caos coloniale dei primi del novecento. Questo gli aveva permesso di far rendere al massimo ogni occasione di compravendita, tra i tumulti chiassosi per l’indipendenza indiana. Da astuto stratega, aveva dapprima saputo usare le maniere dure quando era stato necessario, imponendo forsennati ritmi di lavoro alla manovalanza. Poi, di fronte alle pressioni del movimento anticoloniale, si era saputo districare nella pericolosa selva equatoriale, fornendo copiose risorse alla gente del posto e supportando i primi embrionali sindacati per la concessione di maggiori diritti ai lavoratori, diventando presto un idolo bianco tra la popolazione prima oppressa.
 Se in campo di affari era un vero fenomeno di scienza economica, in campo affettivo era molto meno avveduto e cauto. La moglie mal sopportava le mefitiche piogge monsoniche e le tribali usanze locali. Aveva così preso la decisione, in accordo con il marito magnate, di trascorrere buona parte dell’anno in madre patria, tra l’agiata compostezza della casa di campagna nel verde Dorset. Non si era mai abituata alla selvaggia e avventurosa India, preferendo la noiosa e sicura routine fatta di partite a bridge e rumours pettegoli di vecchie streghe con fregi nobiliari.
 Sir Remington invece si destreggiava benissimo nella calda e voluttuosa Cochin. Nelle pause dalla frenetica vita imprenditoriale, il suo passatempo preferito era fare il mattatore nelle ripetute feste con le élite inglesi e del congresso nazionale indiano. Così tra afrodisiaci sapori speziati e liquori di prima qualità, esaltava i sensi intorpiditi dalle estenuanti trattative di lavoro, piene di compromessi e di ipocrisia.
 Era decisamente un uomo di bell’aspetto. I contorni sagomati degli zigomi e gli spigolosi e sfuggenti tratti del viso venivano addolciti da occhi profondi e intelligenti, e i capelli biondi e ribelli gli conferivano un’aria di sicura spavalderia che faceva impazzire le donne. Sotto i curati baffi a manubrio la sua bocca carnosa sapeva far uscire parole melliflue che addolcivano ogni discussione, toccando sempre le corde giuste in ogni intricata situazione. I suoi atteggiamenti amichevoli e confidenziali, così poco britannici, aprivano ogni serratura di ostilità, riuscendo sempre a far breccia nella diffidenza altrui, guadagnandosi fin da subito fiducia e apprezzamento.
 Aveva il dono naturale del carisma. La sua figura impersonava alla perfezione l’ideale filosofico dell’armonia degli opposti. Sembrava trovarsi sempre in una perenne lotta tra la ragione e la dissolutezza, tra la carne e lo spirito.
 Amava sovente ritirarsi solitario in lunghe passeggiate tra le perdute colline di tè del Munnar e cercare gli anfratti della vera essenza con lunghe meditazioni nei templi indù spruzzati di colori, vicino a spiagge scorbutiche cosparse di tamarindo e palme da cocco.
 Poi, nelle sue scorribande in città, riusciva a perdersi con disinvoltura tra i confini sfumati degli eccessi. Assaggiava ingordo decine di corpi di ebano bollente, ne adorava l’aroma aspro delle fragranze esotiche. Si ubriacava e faceva l’amore con la stessa facilità, passando giorni interi a riprendersi dalle maratone di lussuria sfrenata e dalle sbornie di birra cinese e gin.
 Se molti non vedevano di buon occhio i suoi comportamenti da eccentrico e volubile lord, in realtà era proprio questa sua capacità di dominare gli opposti, di non essere preda delle categorie di consuetudine, che gli aveva permesso di accumulare una fortuna. Riusciva in qualche modo a non essere schiavo come tutti di un personaggio, recitando di volta in volta la parte che più desiderava, essendo sempre, alla fine, il protagonista assoluto della sua vita controcorrente.
 Ai primi di un settembre soffocante però, durante la festa di Onam, in uno degli innumerevoli party nelle splendide ville vittoriane di Fort Kochi, il copione della sua vita prese una piega inaspettata e dai contorni leggendari.
 Sir Remington fino ad allora si era sempre saputo destreggiare tra le onde delle lenzuola appena rifatte come un novello Francis Drake, depredando con una voracità piratesca il pudore illibato delle femmine. In qualche modo era sempre riuscito a nascondere lo scrigno dell’amore. Ben sepolto nell’isola inaccessibile della sua intimità, sotterrato sotto strati e strati di franca disillusione.
 Quel giorno però non sarebbe bastato tutto il sudore del mondo per raffreddare il suo corpo incendiato.
Tutti i benpensanti della madre patria se ne stavano a ridacchiare con le loro voci grasse sotto il patio di legno bianco. Sir Robert vagheggiante nei pensieri come al solito, si era invece allontanato dalla folla rumorosa che odiava. Aveva passeggiato solitario fin sotto un rigoglioso albero di mango e ne stava ammirando estasiato le fronde, libere al vento caldo dei monsoni.
 Dietro la robusta corteccia intravide una mano delicata accarezzare le venature lignee e aggirando l’albero, da curioso esploratore di nuove anime, la meraviglia della scoperta si disvelò sotto un sari color porpora. Era Maya, la meravigliosa figlia di un nobile locale.
 Gli occhi affusolati della gazzella indiana incrociarono impauriti i suoi e ben presto, dopo quel primo incontro, anche i loro corpi si intrecciarono indissolubili. Il pirata inglese perse velocemente la bussola e si lasciò così trasportare dalle correnti impetuose della passione.
 La loro relazione fu uno scandalo per i tempi. Sir Remington accettò perfino un matrimonio induista, che lo fece accusare di tradimento alla corona da più di un beota d’oltremanica in doppiopetto. Alla precedente moglie abbandonata lasciò i possedimenti inglesi nel Dorset. Lui invece si godette quell’ultima vittoria sulla falsa moralità dei connazionali, amando la sua giovane sposa con l’impeto e la libertà di chi vive sempre con il vento tra i capelli.
 La sua identità britannica fu demolita, ma era un uomo troppo indipendente dal giogo dei moralismi per essere confinato tra le strette maglie delle maldicenze altrui, e con il tempo seppe rompere anche quelle catene di discriminazione e di invidia. Si convertì in via definitiva all’induismo e continuò a far prosperare i suoi terreni e i suoi commerci.
 Morì una decina di anni dopo per una febbre malarica, presa durante una perlustrazione per nuovi poderi da acquistare nel vicino Tamil Nadu. Era stato sconfitto da una zanzara, dopo che a uno a uno aveva schiacciato tutti gli insetti striscianti che gli erano passati accanto. Lasciò in eredità al suo unico figlio dalla pelle caffellatte tutti i suoi immensi possedimenti.
 Il piccolo Joseph prese dal padre la stessa mentalità acuta di grande imprenditore e prima delle sommosse popolari, investì tutto quello che aveva acquisendo di nuovo i vecchi mattatoi di famiglia ormai in rovina nell’Inghilterra post bellica. Poi cinque nipoti scellerati e imborghesiti seppero perdere quasi tutto, conservando solo la vecchia insegna e la fabbrica del Somerset.
 La foto del grande Sir Robert Remington con sua moglie Maya, sotto lo stesso albero di mango che li aveva fatti incontrare, troneggiava in un angolo della grande sala sopra un piccolo tavolino intarsiato di fine ottocento. Il sorriso del pirata inglese sotto i baffi a manubrio, emanava il solito carisma magnetico anche attraverso i colori sbiaditi della vecchia foto. Con quella bocca affabile e carnosa, aveva saputo conquistare a sud del Gange centinaia di persone di ogni colore o estrazione sociale.
 Vanessa dopo il litigio con il telecomando si era fissata sullo sguardo fiero e felice dei suoi trisavoli perduto nel tempo. Lei imprigionata in quel piccolo e rurale paesotto di campagna, avrebbe voluto risvegliare il carattere avventuriero di Sir Remington che dormiva dentro di lei, uscendo da quel pantano umano che la circondava. Ma quella spavalderia e audacia da uomo libero del suo antenato ormai si erano rovinate in anni di diluizioni genetiche. Pensò, con un sorriso amaro, che il contributo di suo padre di certo aveva causato un bello scempio a quello che di buono c’era nel suo Dna.
 Si era sempre chiesta come una donna tanto raffinata come sua madre, avesse potuto lasciare il Regno Unito per un uomo così insignificante. Suo padre pensava solo per grammi e quantità. Farina, uova e lievito erano la sua trinità di riferimento di cui parlava adorante. Per il resto se la sbrigava sempre con un borbottio sottovoce, che stroncava la voglia di parlare di chiunque avesse davanti. Era un uomo onesto, gran lavoratore e fondamentalmente buono, ma non la capiva.
 Perché non la capiva? Le sarebbe bastata solo qualche parola in più. Ad esempio le sarebbe piaciuto sapere perché anni prima aveva deciso di inaugurare una nuova attività portandola via dalla città.
 Aveva aperto la pasticceria Sweets lungo l’arteria principale della provincia, proprio all’incrocio con due strade che portavano sulle colline circostanti. Il nome del negozio era stato l’apice della sua creatività, ricordando sempre quanto fosse stato bravo a ricordare con quell’insegna anche le origini britanniche della sua defunta moglie. Dopo l’inaugurazione il secondo passo era stato quello di trasferirsi a San Giulio, il paese più vicino, cui si arrivava in dieci minuti salendo per la vecchia strada fiancheggiata dai cipressi. La casa era molto bella, un rustico ristrutturato che se ne stava quieto su uno spiazzo tra le colline. Aveva pini silvestri tutt’intorno e una mastodontica quercia a fare ombra sul cortile, con sinfonie di cicale a triturare l’udito per tutta l’estate.
 Vanessa presa dallo sconforto nel ricordo dei fasti coraggiosi e avventurieri del lontano trisavolo, si alzò di scatto, spense la televisione infastidita e lanciò il telecomando come un frisbee sulla poltrona. Era il momento di prepararsi religiosamente per la cena, seguendo il rigoroso rituale liturgico di ogni giorno. Da lì a poco sarebbe dovuta correre al lavoro e il tempo a disposizione per il cerimoniale era davvero poco.
 Aprì lo sportello dell’enorme frigo argentato, le vecchie cerniere cigolarono e la luce pallida illuminò il suo viso teso. Davanti a lei si spalancò il vuoto cosmico, un’anomalia magnetica che distorceva ogni bagliore di ragione risucchiandola verso il suo centro. I suoi occhi a quella vista si dilatarono, esterrefatti da tanta bellezza libidinosa.
 Il giorno dopo ci sarebbe stata la festa del paese, un evento per San Giulio, e suo fratello sarebbe tornato per festeggiare, insieme ad altri noiosi parenti. Il pranzo si sarebbe svolto sul prato sconnesso davanti casa, sotto gli imponenti rami della quercia a margine della proprietà.
 Suo padre per l’occasione, aveva preparato per le bocche affamate e pettegole delle vipere consanguinee, una quantità industriale di dolci, torte e antipasti salati. Il frigorifero così era pieno zeppo. Sembrava potesse scoppiare da un momento all’altro, in una deflagrazione spontanea di carboidrati e proteine. Tutte quelle varietà commestibili di colori, dal pastello sfumato della pasta sfoglia alle accese tinte fluo delle decorazioni di glassa, si specchiavano in fondo al suo iride, stimolando gli eccitati impulsi nervosi che viaggiavano dritti verso il centro del suo cranio, con trasmissioni elettriche di strisciante e fastidiosa tentazione.
 Scendendo tra i vani del frigo, era come scendere sempre più in basso tra le bolge infernali, dove i peccatori si fanno più meschini e i diavoli più ammalianti.
 Nello scomparto in alto stavano tutti i salati. Il limbo era appena iniziato.
 Le meravigliose spirali della pasta brisé avvolgevano in un abbraccio delicato i pezzetti di würstel appena scottati. I cestini, perfettamente rotondi, sembravano nidi sicuri, dove intingoli sugosi di ogni tipo riposavano in attesa di essere divorati dal primo goloso predatore. Sullo stesso piano poi vi erano salumi e formaggi di ogni tipo, dall’asciutto salame toscano alla fiera e grassa mortadella, dal nobile pecorino sardo al cremoso stracchino.
 Nello scomparto di mezzo troneggiavano due grandi torte salate e una gigantesca valdostana, depositata ancora fumante con i suoi strati maliziosi di pomodoro e prosciutto cotto. Dietro le rotondità della pasta sfoglia, si nascondeva invece timido un recipiente pieno fino all’orlo di sugo di carne, con una pellicola di cellophane a contenerne gli odori e a stuzzicare l’irrefrenabile voglia di aprire quel pacco regalo.
Appena sotto, negli ultimi due vani, il freddo si faceva più intenso. Il caldo rovente della seduzione però, era l’unica sensazione che le sue papille gustative umide e vogliose percepivano in tutta quella dannazione alimentare.
 Nella penultima bolgia erano pronte per l’utilizzo le grasse milizie infernali. Dieci lunghe file simmetriche di bignè e pasticcini stavano fermi sull’attenti in attesa che una mano imprudente ci si avventasse contro. Erano baldanzosi e pronti allo scontro del giorno dopo, quando la folla selvaggia del parentado si sarebbe scatenata al grido di battaglia.
 “Buon appetito!” avrebbero gridato in coro. Poi sarebbe successo il finimondo.
 Di quei disgraziati dolcetti sarebbe rimasta solo qualche macchia sulla tovaglia sporca, a ricordo imperituro del loro sacrificio sul terreno di battaglia.
 Infine in fondo, con la sua gigantesca mole, quasi sul punto di congelare, se ne stava Lucifero in persona a troneggiare sul resto delle truppe. Brillava di una luce soprannaturale e lusinghiera che abbagliava e confondeva i sensi. Il suo corpo si ergeva da un trono dorato circolare grande quasi quanto l’intero frigorifero.
Tre strati di pan di spagna, panna, frutta candida, ricotta e cioccolata erano avviluppati uno sopra l’altro. In cima ai ripiani del peccato erano poste delle fragole succose. Rosse di fiamma guardavano ammiccanti e ipnotiche, conducendo per mano verso il luogo del non ritorno.
 Vanessa, alla vista di tutto quel ben di Dio, fu presa da una vertigine di angoscia che sentiva partire dal suo stomaco prosciugato. La sua mano accarezzò lenta le ghiere metalliche, gravate dal peso dei dolciumi. Socchiuse gli occhi azzurri e la sua fantasia salpò verso mari di irrefrenabile ingordigia. Verso isole dove ogni eccesso alimentare le sarebbe stato consentito senza ingrassare di un grammo.
 Gli odori raffreddati e appetitosi disegnavano nei suoi pensieri coste di sabbia zuccherina, foreste colme di frutti di pasta al dente e fiumi colorati di marmellate di ogni tipo.
 I suoi sensi erano quasi sul punto di travolgerla, quando un moto di rabbia e ribellione le fece aprire gli occhi. Sbatté la porta del frigo con tutta la forza rimasta nelle sue deboli braccia rachitiche e si destò di colpo dal suo sogno di commestibile suggestione.
 Decisa nella sua ferma e stoica logica di privazione, riaprì di nuovo l’antro dei peccati e questa volta i suoi occhi ignorarono tutte le prelibatezze, dirigendosi sicuri verso il cassettone di fondo. Il suo personale tesoro nascosto.
 Lo aprì, districò le sue dita ossute tra i nodi che sigillavano un sacchetto di plastica e lo aprì a sua volta. Tirò fuori tre pomodori ciliegini, una scatoletta con i fiocchi di latte ipocalorici e buttò tutto in un piatto con gesti stizzosi e veloci. Mangiò lenta e ordinata. Sminuzzò meticolosamente i minuscoli pomodorini in tanti piccoli pezzetti con la precisione di un chirurgo. Divise poi i fiocchetti di latte aggrumati con un cracker integrale spezzato a metà, distendendoli sul piatto blu cobalto come tante nuvole bianche.
 Con la sua forchetta sembrava dirigere un’orchestra, la roteava in aria, la alzava sù e la buttava giù, la scartava di lato, l’agitava rapida e poi la portava alla bocca. Era la sua composizione di armonia. La sua sinfonia di perfezione.
 Per finire centocinquanta calorie di miseria, impiegò il tempo record di trenta minuti. Questa volta aveva superato se stessa. Esattamente dodici secondi a caloria. Forse un primato mondiale.
 Erano già quasi le otto ed era il momento di prepararsi per il lavoro. Si precipitò così in camera.
 I suoi vestiti per la sera erano già distesi sul letto, pronti per essere indossati. Si levò in un lampo la vecchia tuta rattoppata e si diresse a balzelli nel bagno. Aprì il box doccia e girò la manopola. L’acqua bollente cominciò a scorrere prima piano, poi scrosciando. Negli ultimi periodi aveva sempre freddo, la doccia calda perciò le consentiva di raggiungere quell’equilibrio termico che il suo metabolismo da solo non era capace di produrre.
Fece un passo e scivolò sotto il getto rumoroso. L’acqua si incanalò veloce tra i solchi profondi delle sue scapole aguzze, fino a cingerla del tutto. Si sedette e si rannicchiò tra le sue braccia, mentre il vapore candido intanto, appannava con il suo alito i vetri decorati che la circondavano. Chiuse gli occhi e si addormentò in quell’abbraccio scottante e liquido.
 Dopo qualche minuto la nuvola fumosa aveva già offuscato gli spazi stretti del bagno; quel corpo scheletrico appallottolato sotto la cascata d’acqua sembrava una visione.
 Caligola, il gatto di casa, nel frattempo si era intrufolato di nascosto. Il suo lucido pelo nero brillava in controluce avvolto da una patina bagnata. Se ne stava seduto in equilibrio sul davanzale della finestra. I suoi occhi, gialli come fanali, puntavano in direzione di quel mucchio d’ossa in fondo alla nebbia, in attesa di un sussulto che non arrivava mai. Alla fine, dopo un quarto d’ora di felina sopportazione, infastidito dalla calura e dal vapore, lanciò un timido miagolio sperando in un sussulto della carcassa umana. Il suo richiamo ebbe l’effetto sperato e svegliò la padrona dal torpore incosciente in cui era caduta.
 Vanessa come caricata da una molla, si tirò su come un pupazzo dalla scatola.
 Chiuse in fretta le manopole, prese l’accappatoio e si avvolse nel soffice tessuto caldo. Si mise davanti allo specchio e spazzò via con il phon la bruma accumulata sullo superficie ovale. Si asciugò poi in fretta il caschetto di capelli castani al turbinio caldo.
 Una volta terminato, si abbassò sulle ginocchia scricchiolanti e tirò fuori da sotto il lavabo lo strumento che ogni giorno dava una votazione e un senso a tutta la sua vita.
 Caligola intanto scalpitava ai suoi piedi, ondeggiando la coda irrequieta a disegnare sinuose linee di impazienza nell’aria umida. Lo fece così uscire spingendolo con un piede. Quando si pesava desiderava restar sola. Lei con se stessa ad aspettare la sentenza.
 Si tolse l’accappatoio, pronta a mostrarsi nuda davanti al giudice. Con un tocco veloce del piede, accese quindi il piccolo schermo rettangolare a cristalli liquidi. Salì ansiosa il piccolo dislivello e montò sulla bilancia aspettando il giudizio. I cristalli liquidi fermi sullo zero, si dissolsero roteando in mille forme simili a geroglifici. C’era fermento dentro la macchina e dentro l’animo.
 D’improvviso tutto si fermò. Un numero decimale espresse la votazione. Trentasette chili e ottocento grammi esatti.
 Vanessa guardò quel numero a lungo. Estasiata ed esausta. Quella cifra premiava mesi di sacrificio e di perseveranza. Non importavano i ricoveri in ospedali e le flebo nelle vene. Non importavano l’addio alle mestruazioni e alla sua femminilità. Non importavano le lacrime e gli incisivi corrosi. Non importava nulla di tutto questo. Non le importava nulla di tutto il resto. A tutto il mondo non importava di lei, a lei non importava degli altri. Importava solo quel numero. Quello dava un senso alla sua vita. Solo di quelle fredde cifre si nutrivano il suo corpo e la sua autostima.
 Contemplò i numeri rossi sul display ancora per pochi secondi, finché a poco a poco scomparirono, portando via quegli attimi impastati di gioia e gloria.
 Riempita dalla soddisfazione saltò giù dalla bilancia e corse in camera. Sul letto la aspettavano gli slip, il reggiseno, un paio di jeans neri, una maglietta rossa dalla tinta slavata e la collezione dei suoi bracciali fluorescenti. Prima di procedere alla vestizione però, si soffermò davanti alla grande specchiera da terra posta nell’angolo della stanza.
 Nuda e cauta si avvicinò lateralmente, con i passi timidi di chi aspetta una sorpresa. Si mise di lato allo specchio e fece capolino con una gamba. Intravide il suo piede riflettersi. Poi si scostò un poco e ammirò la sua coscia dal diametro minuscolo stagliarsi sulla superficie lucida. Con un passo felpato infine si mosse di lato, facendo apparire la figura scheletrica nella sua interezza.
 Si fletté prima verso sinistra, poi verso destra, cercando di cogliere una minima piega di grasso cutaneo da correggere. Non ce n’era traccia. Riempì i polmoni e guardò l’ arcata costale distendersi in tutta la sua cruda magrezza. Passò un mano tra le anse profonde scavate dalla privazione e ne toccò la consistenza. Torse il busto per guardarsi la schiena. I glutei erano spariti e avevano lasciato il posto alla poca pelle flaccida rimasta. Il bacino sembrava potersi rompere a un’ennesima torsione e le ossa davano l’impressione di saltar fuori dal corpo da un momento all’altro. I suoi occhi erano vigili e attenti a scovare ogni minima imperfezione. Trovò fastidiosa la sottile peluria bionda che ricopriva la schiena come un mantello, ma per il resto era pienamente soddisfatta del suo operato.
 Mesi e mesi di stoico sacrificio avevano dato il risultato sperato. A colpi di vomito e riduzione calorica aveva scolpito lentamente il suo corpo come una statua. Aveva tolto materiale residuo usando lo scalpello con pazienza certosina, levigando e dando forma al suo ideale di canone estetico.
 Finito l’ennesimo controllo, si vestì in fretta, lasciando Caligola ad arrotolarsi spensierato sul letto. L’aspettava un’altra dura e insopportabile serata di lavoro.
 Prese la panda marrone chiaro, e partì spedita tra la fila di cipressi che costeggiavano la serie di curve da San Giulio fino in pianura. Lavorava ormai da un anno nel pub Old Scotland, posto sulla riva di un torrente in una frazione vicina. Non si sarebbe potuta scegliere punizione peggiore. Quasi un contrappasso Dantesco.
 Per tutta la sera fino a tarda notte, faceva spola tra il bancone e i tavoli, portando vassoi stracolmi di Hamburger, patate fritte, birre e salatini. Era un incubo. Ma questo in definitiva dava un valore maggiore ai suoi sforzi di penitenza, esaltando il suo sforzo immane e sottolineando la sua tempra e resistenza davvero inusuali.
 Con una guida spedita e spericolata arrivò precisa al parcheggio del pub, con cinque minuti di anticipo sull’orario di entrata. Entrò e si mise subito al lavoro, sistemando le tovaglie di carta sui tavoli per i primi clienti. Alessandro, il padrone, era una specie di suo alter ego. Un tipo grasso e paffuto con pochi capelli unti e disordinati a coprire l’evidente piazza al centro della testa. Faceva battute a ripetizione, come una mitraglietta. Ormai nessuno sapeva più distinguere quando fosse serio o stesse scherzando. Su ogni evento, anche il più macabro, cercava di strappare una risata al cliente, finendo il più delle volte nel ridicolo.
 Vanessa lo sopportava mal volentieri, ma era costretta ad averci a che fare. Scherzava anche su una cosa tanto seria come la sua magrezza. Non che ci rimanesse male, ma sviliva con le sue battute il suo sacrificio e la sua determinazione, e per questo lo detestava. Non sapendo come arginarlo, nel tempo si era limitata a ignorarlo, digrignando i denti in silenzio davanti alla sua grassa e imbecille comicità.
 Alle dieci di sera il locale era pieno e Vanessa già da un bel po’ girava come una trottola tra i tavoli, una figura sottile a cui quasi nessuno faceva caso, inghiottita com’era dai vestiti e dall’indifferenza tutt’intorno. In quel momento stava servendo due pancioni americani con la maglietta arrotolata sulle pieghe di ciccia.
 Mentre parlottava in inglese, il ricordo di sua madre, delle vacanze d’infanzia a Bristol e delle lunghe passeggiate per mano nel Dorset, le facevano stringere il petto di emozione e nostalgia. Era così assorta e spensierata tra la grammatica e le fonetiche della sua lingua materna, che non si accorse dei nuovi clienti che entrarono dalla porta di legno laccato.
 Da quel momento in avanti nulla fu più come prima. Furono quelli il giorno e l’ora esatti in cui cominciò a perdere la padronanza del suo corpo. Alla vista di chi era entrato, una crepa di incertezza avrebbe cominciato infatti a propagarsi tra le solide mura di freddo calcestruzzo, erette ad arginare il flusso naturale delle emozioni dalla sorgente verso il mare aperto.
 Quando tolse lo sguardo dai due grassoni anglofoni, vide in un angolo del pub, seduti al tavolo con aria trasognata, due piccioncini che tubavano allegri. Le pareva di conoscerne uno, ma non ne era del tutto convinta. Le sembrava di ricordare bene quella cresta arricciolata e quelle gote ancora implumi. Vedeva bene la bionda e formosa compagna che aveva di fronte allo sguardo. Era invece poco sicura, anzi forse terrorizzata, di scoprire di chi fosse l’altro profilo ancora incerto.
 Sgattaiolò tra la gente che affollava il pub ormai pieno, si fece strada tra le sagome massicce degli avventori e ricavò un perfetto punto di osservazione tra le spalle piazzate di due metallari. Cominciò così a scrutare la coppia di colombacci, attenta come una birdwatcher; la sorpresa però purtroppo fu amara. Quel profilo era il suo ex.
 Quel bastardo l’aveva lasciata due anni prima, al peso di quarantasette chili e mezzo. Diceva di non sopportare le sue ossessioni, le sue fissazioni per il cibo. Da allora si era volatilizzato e non lo aveva più visto.
 Cosa fare? Come poteva quello stronzo presentarsi così, con la sua nuova gallina?
 La rabbia cominciò ad allargare la crepa nella sua personale diga di distacco, propagandosi come una ragnatela umida e viscosa. Dal nascondiglio di corpi giganti in cui si trovava, avrebbe voluto prendere un fucile e sparare a quei due pennuti felici, distruggendone l’intimità. I suoi sguardi carichi d’odio erano proiettili fumanti. Il suo corpo una canna di fucile pronta al rinculo.
 Avrebbe voluto andare al tavolo e dirgliene quattro, dare sfogo a tutto il suo risentimento. Ma non ce la fece. Come le capitava sempre, quello che aveva dentro, rimase dentro. Confinato in una camera stagna, a implodere in una detonazione silenziosa.
 Si rivolse all’altra cameriera con gelida determinazione e la pregò di servirli. In qualche modo ce la fece a evitare la coppia maledetta finché non se ne andò, ritirandosi a servire i tavoli a testa bassa per non essere riconosciuta.
 Quella serata di lavoro sembrò non finire mai. Il suo cuore era lacerato dal dolore e dalla rabbia.
 La cosa che più le dava sofferenza, era riconoscere che senza grandi problemi, il suo ex, era riuscito ad andare avanti, accompagnato come era sempre stato, dalla sua superficiale scioltezza.
 Dopo l’interruzione di quella relazione, la sua esistenza invece si era congelata. Non aveva più ricevuto un abbraccio, non aveva più assaporato un bacio di zucchero o latrato in una furibonda litigata. Niente di niente. La sua vita e la sua affettività si erano a poco a poco solidificate in un ammasso informe di gelo e digiuno.
 Riuscì a terminare il lavoro come meglio poté, anche se con la morte dentro. Ce la fece anche a sopportare le ultime stupide sparate del suo capo sulla sua magrezza.
 Ormai erano le tre di notte, corse fuori e prima di salire in macchina si rollò una sigaretta con il tabacco umido. Le sue mani ossute erano veloci e coordinate alla perfezione nei gesti e nei movimenti. Una passata rapida con la lingua sulla carta e in un batter d’occhio la sua sigaretta fu pronta. Un cilindrico manufatto di ossessione, pronto alla combustione.
 Appoggiata alla macchina nel parcheggio deserto, si accese il suo prodotto e cominciò a inspirare con una tenacia e voracità represse. Succhiava il fumo grigio nei polmoni, lo tratteneva a lungo e lo sputava fuori dalle narici come un toro infuriato. Guardava con impazienza le acque del torrente sotto lo spiazzo sterrato, illuminate dalla luce cadaverica della luna. Il gorgoglio dei vortici di schiuma e il gracidio dei ranocchi le dava ancora più agitazione. Il flusso dei pensieri si stava sciogliendo insieme a quei gorghi, mentre una spinta violenta dall’interno fatta di invidia, rancore e odio stava premendo per allentare la pressione interiore.
 Gettò la cicca nello Stige davanti a lei con uno schiocco delle nocche e si precipitò in macchina sbattendo lo sportello. I suoi piedi premevano sui pedali nervosi. Stringeva le mani sul volante in una morsa di livore. Mise su in loop Hedonism degli Skunk Anansie, cominciando a urlare stonata con un filo di voce rotto dal pianto.
Affrontò la serpentina di curve che la portava a casa sua infilandole velocemente come un ago nella cruna, cantando e ululando disperata alla luna come una lupa solitaria. San Giulio se ne stava lassù, in alto, sul quel cocuzzolo isolato dal mondo che prima l’aveva circondata, poi stretta fin quasi a stritolarla. Arrivata nello spiazzo erboso davanti casa, quasi si gettò fuori con la macchina ancora in corsa.
 Gli umori si agitavano al suo interno come al ribollire di una pentola. In pochi minuti stava attraversando tutta la gamma emotiva umana in un’orbita ciclica e forsennata. Era arrabbiata, subito dopo triste, poi ironica e dopo ancora furiosa. Si sentiva esplodere. Le crepe della sua diga ormai erano diventate voragini. La sua determinata e stoica resistenza stava collassando. Il muro costruito con tanti piccoli mattoncini di rinunce e sacrifici, era ormai pronto a sgretolarsi definitivamente. L’urto dell’ imminente esplosione nucleare che era stata messa in moto, lo avrebbe spazzato via, polverizzando con esso tutte le certezze effimere che la perfezione, su questa terra, potesse esistere.
 Agitata e confusa si diresse in casa e vagò come un fantasma per le stanze deserte. Suo padre era al forno e non sarebbe tornato prima delle nove di mattina. Evitava la cucina e il frigorifero. Sapeva che quello era la chiave di tutto. Sapeva che sarebbe stato la sua rovina o la sua salvezza. Ma rifiutava entrambe. Avrebbe preferito vivere sospesa in eterno.
 Solcò a lungo ogni centimetro del cotto che piastrellava la casa con il suo moto ossessivo e impazzito, quando alla fine una traccia di desiderio e di paura la condusse davanti allo sportello del frigo. Caligola vi dormiva sopra, con un occhio chiuso e uno aperto. Aveva osservato tutto il tempo quella trottola prillare tra le stanze fino a giungere sotto il suo sguardo. Quando Vanessa si fermò in basso davanti a lui, si destò, fece un lungo sbadiglio e si mise seduto sulle zampe posteriori, con la grossa pancia pelosa a ciondolare oziosa. Non si capiva se la volesse ammonire, invitare o avvertire di quello che stava per succedere.
 Vanessa guardò il gatto sornione e pianse disperata. Le lacrime scesero sulle gote bianche e inumidirono le labbra secche e spoglie. Il dolore era immenso e insopportabile. I pensieri di quello che era e sarebbe stato si rincorrevano nella sua mente. Odiava il suo ex, il mondo e anche se stessa. Fu così, che in un lampo, il dolore diventò angoscia.
 Aprì lo sportello del frigo con uno strappo deciso. Le vibrazioni di violenza arrivarono fino a Caligola, che spaventato saltò giù e con un balzo scappò via dall’imminente pandemonio.
La luce di tentazione si spalancò su tutto il ben di Dio, che era ancora lì, fermo e invitante.
La melma emotiva interna si gonfiò a dismisura. Fu così, che in un attimo, quell’onda gargantuesca distrusse le barriere ormai logore, cominciando a travolgere ogni traccia di commestibilità all’interno di quel frigo maledetto.
 Vanessa adocchiò per prima gli affettati, coperti dalla veste trasparente di cellophane. La tolse e prese il vassoio tra le mani. Poi afferrò una fetta di mortadella unta, la guardò in controluce e se la spalmò sul viso, inghiottendola quasi intera. Subito dopo ingurgitò due fette di pecorino e ancora due fette di prosciutto.
 Gettò il vassoio sul tavolo e si rivolse di nuovo al frigo. Prese una sedia e vi si sedette davanti. Cominciò a inghiottire i cestini pieni würstel e sugo a uno a uno, come fossero noccioline, alternandoli con i bignè alla crema e i pasticcini. La sua bocca si apriva famelica e gli incolpevoli disgraziati sparivano dentro, uno dopo l’altro, con una velocità inaudita. Poi ancora fece fuori metà valdostana; infine dopo avere quasi svuotato l’intero contenuto si alzò in piedi barcollando, con lo stomaco che fermentava d’odio e di pietanze.
 Era furibonda. Urlò selvaggia con la bocca violentata e sporca di pezzi di cibo. Sbatté i pugni sul tavolo con brutalità e prese la cornice con Sir Remington e sua moglie Maya, scaraventandola nel muro e distruggendola.   Poi vacillò di nuovo fino al frigo e afferrò l’enorme torta unendo le mani a vassoio.
 Uscì nel cortile e si diresse sotto la quercia scura. Si appoggiò con la schiena al vecchio tronco rugoso e guardò in alto tra le fronde sopra di lei. Piangeva lacrime acide, che le corrodevano l’anima e l’orgoglio.
 Si gettò con il viso nel mare di panna montata sotto di lei, come a voler annegare. Sprofondò nel bianco abisso senza fondo del suo delirio, per non tornare più. Le sue fauci si aprivano e chiudevano come trappole meccaniche scavando e estirpando la dolcezza da ogni centimetro quadrato della torta, lasciando solo carcasse di desolazione e frutta candita. Era ormai diventata un buco nero, che inghiottiva ogni massa edibile intorno a lei. Con loro la vita stessa e ogni luce di speranza.
 Poi d’improvviso, senza alcun preavviso, iniziò un sussulto incessante del suo epigastrio, facendo vibrare come un diapason tutto il suo sterno. Il suo piccolo stomaco, impoverito e atrofizzato da anni di castigo, si stava ribellando a quella valanga di ingordigia.
 Vanessa cominciò a vomitare, zampillando tutto il suo odio fuori dalla bocca in un conato senza fine. Del tutto moribonda fece tre o quattro passi verso la porta di casa. Una volta arrivata sotto il patio però, le sue deboli membra cedettero e si afflosciarono al suolo inermi. Rimase lì a terra svenuta, in un sonno senza sogni.
 Dopo poche ore, la luce tersa del mattino risvegliò San Giulio, pronto e addobbato per la sua festa annuale. In lontananza si sentiva il ronzio acuto dei decespugliatori, che pulivano i cigli dei poggi erbosi e delle strade di campagna del paese, in vista degli ultimi preparativi.
 Il padre di Vanessa, ancora sudicio dal lavoro, aveva appena servito gli ultimi clienti giù al forno e stava tornando a casa per un meritato e breve riposino prima del pranzo con i parenti.
 Percorse il vialetto sterrato di casa e parcheggiò la macchina sotto la grande quercia.
 Scese dall’auto e notò vicino alla porta di casa la sagoma esile della figlia. Gridò un urlo strozzato dalla paura e corse verso il corpo. Chiamò la figlia disperato, strattonando quel mucchio d’ossa riverse a terra come una scatola di fiammiferi.
 Vanessa aprì gli occhi e le sue pupille si distesero, mettendo lentamente a fuoco la figura nebulosa di suo padre. Cominciò a singhiozzare, gemendo il suo strazio tutta sporca di cibo e chiamando papà.
Gli occhi bolsi di suo padre, a quel grido d’aiuto si inumidirono, poi si inondarono di lacrime, irrompendo in un pianto disperato.
 Chiamò i soccorsi, prese sua figlia tra le sue mani infarinate e la portò dentro, sul divano, coprendola con un panno. Si sdraiò accanto al suo corpo tremante e la strinse a sé con le sue braccia possenti. Si tennero stretti come se il mondo stesse per finire, come non si erano tenuti mai. Fu il primo abbraccio dopo anni di distanza. Il loro primo silenzioso dialogo dopo anni di indifferenza.
 Si svegliarono da quel breve sonno quando il rumore delle sirene ruppe il canto soave degli uccelli. I loro corpi si separarono solo quando la luce azzurrognola dei lampeggianti rischiarò il cortile.
Vanessa, prima di venir caricata sull’ambulanza, con gli occhi socchiusi ed esausti salutò suo padre con un timido sorriso e un cenno della mano. Poi gli sportelli si chiusero davanti a lei, proiettandola verso un nuovo viaggio.
 Suo padre, dopo che fu partita, rientrò in casa e vide meglio lo sfacelo e la distruzione che quegli attimi di delirio avevano lasciato. Avanzi di cibo a terra, sulle pareti, ovunque.
 Poi notò in un angolo la cornice distrutta con la vecchia foto dei bisnonni di sua moglie. Tolse i cocci di vetro ed estrasse la carta fotografica ingiallita. A fianco, dietro l’immagine dei due coniugi Remington sotto l’albero di Mango, c’era una lettera in inglese, scritta con la calligrafia allungata ed elegante di Sir Robert in persona. Appiccicato sotto, un foglietto di carta, con la traduzione in italiano della sua defunta moglie.

Adorata Maya, Qui nel Tamil Nadu il caldo mi sembra ancora più atroce e insopportabile, le zanzare poi sono assetate e avide di sangue come mai prima mi era capitato di vedere. Riposo senza forze sotto un albero, come quello che ci ha avvolto nell’amore delle sue radici. Ci sono tumulti in continuazione tra la popolazione. Qualcosa sta per cambiare, e sicuramente, in questo paese, succederà velocemente. Io sono troppo stanco per tutto questo. Sento di essere sul punto di perdere il controllo.
Ma in fondo su cos’è che abbiamo veramente il controllo in questa vita?
 Ho fatto molte cose giuste e ancor di più ne ho sbagliate. Il concetto di ciò che è giusto e sbagliato però si è perduto tra le pieghe del tempo e della memoria. L’essenza stessa di queste categorie umane per me non ha ormai più alcun senso.
 Ho passato una vita intera a cercare di riempire gli spazi vuoti della mia esistenza. Di soldi il conto in banca, di sorrisi le facce stupite di chi mi guardava, di amore i miei cari, di certezze i miei dubbi, di felicità i momenti bui.
 Con te infine ho colmato l’ultima lacuna che avevo.
Adesso vorrei tornare indietro e perdere tutto un’altra volta. In fondo un senso lo si trova anche nel lasciare andare.
 Per farlo è necessario solo svuotare il bicchiere amore mio, poi ricominciare a versare.
 Riprendo a sonnecchiare. Aspettando che questo caldo e lungo giorno finisca e si faccia notte. Sono sicuro che domani poi, come sempre, inizierà di nuovo tutto dal principio.