I giorni in quei meravigliosi anni ottanta passavano lenti e sembravano non finire mai. I ricordi adesso sono sbiaditi come le vecchie foto, ma ricordo bene lo stereo rombante che ci portavamo dietro ad accompagnare ogni nostra uscita. Era un Sanyo scassato, pieno di figurine che rattoppavano le ammaccature delle sue battaglie. Suonava bene e la ricezione con l’antenna mozzata bastava a sintonizzarsi con le deboli frequenze della radio locale. Era il nostro totem, un fedele trombettiere che annunciava la carica furiosa delle nostre Bmx per il paese.
Radio Armonia, distante qualche centinaio di metri da casa mia, passava sempre le stesse canzoni, ma tanto bastava. Già ci faceva sognare tra le coperte i seni esplosivi di Sabrina Salerno che danzavano sulle note di Boys e nelle scalette obsolete che si ripetevano ossessive, le melodie dei Duran Duran, degli Europe dei Tears for Fears arrivavano sempre a metà pomeriggio, proprio nelle pause dalle nostre scorribande, tra un succo di frutta Billy e un tegolino.
Le nostre maratone calcistiche iniziavano in primavera e finivano in autunno inoltrato. Giornate interminabili non stop dove cercavamo di replicare in maniera estenuante le punizioni di Platini o i dribbling di Maradona. Come molti altri bambini dello stivale, amavamo passare ore a scorrazzare giocando a calcio. Eravamo sempre pronti a un’eventuale partita da inventare e la costruzione del campo ci balenava in testa qualsiasi fossero le asperità da considerare. Eravamo capaci di ricavare un terreno da gioco con una precisione quasi ingegneristica. Una cantina sciatta, uno scosceso spiazzo erboso o un marciapiede trivellato di buche non costituivano un ostacolo. Ogni ora della giornata era dedicata all’invenzione di nuove intricate strategie o squadre da allestire, e anche i richiami per il pranzo e la cena erano per me tempo sottratto alle mie iniziative  palla al piede.
Ero magrissimo, quasi scheletrico, ma i microscopici muscoli delle mie gambette, già scaricavano parecchia forza sul pallone, che flottava in aria veloce come un dardo colorato. Nelle partitelle in cortile ad esempio, più di una volta il mio calcio incontenibile aveva spedito la palla oltre i limiti del campo. Ero fatto così, non sapevo dosare la forza e davanti la porta a volte sparavo alto. Se sparavo troppo alto però, i missili che partivano con una parabola dolce si depositavano lenti sul terrazzo, appena dietro alla porta fatta con le nostre maglie.
Quella sì che era una vera sciagura. Ci guardavamo negli occhi sconsolati e cominciavamo a imprecare.
Sapevamo infatti che quell’eventualità nefasta era una sentenza di morte per il nostro amico sferico. Tre insormontabili metri di altezza ci dividevano dal patibolo e a quel punto non ci restava che aspettare impotenti il momento dell’imminente esecuzione.
Il carnefice aveva le fattezze di una vicina di casa. Un’anziana signora rinsecchita, con un acconciatura leonina dal color ruggine che la rendeva spaventosa ai nostri occhi spensierati.
Il boia ai nostri schiamazzi usciva quasi subito, come se avesse covato per mesi il desiderio sadico di afferrare l’ennesima vittima malcapitata. Lo strumento di esecuzione variava, ma normalmente erano un paio di forbici appuntite. Non c’era tortura, almeno la dipartita del compagno di giochi era rapida e indolore.
La vecchia guardandoci con gli occhi allampanati e lanciando maledizioni di ogni sorta, teneva fermo il condannato al suo fianco, alzava il braccio con un gesto solenne e affondava impietosa la punta crudele nel corpo inerme del caro amico.
Pur avendolo sentito molte volte, il suo grido di morte era sempre straziante. Uno scoppio sordo di congedo con cui ci salutava per l’ultima volta. L’aguzzino poi nella sua boria altezzosa continuava a inveirci contro e, in un ultimo gesto di sprezzo verso la salma, gettava arrogante ai nostri piedi i resti afflosciati del povero corpo senza vita.
La cerimonia funebre era parecchio informale; tra pugni chiusi di rabbia e risolini di incredulità raccoglievamo le spoglie, le accarezzavamo per l’ultima volta e le spedivamo nel bidone della spazzatura. Poi ci frugavamo le tasche bucate, facevamo una colletta e correvamo dritti al giornalaio, dove un nuovo rotondo alleato di scorribande entrava a far parte del gruppo.
Era quasi un rito mistico, l’anima del vecchio defunto si trasferiva nel nuovo arrivato e la nostra gioia di vivere si rinnovava ogni volta in questo ciclo esistenziale.
Fu grazie a un pallone, che inaspettatamente nella mia infanzia piombò senza volerlo il mondo silenzioso e circospetto della menzogna.
Quel giorno mia madre aveva iniziato da poco le pulizie generali delle camere, che come ogni sabato mattina scandivano il rito d’inizio del fine settimana. Aveva quindi lasciato sciolte le redini del suo piccolo puledro, che pertanto era libero di scorrazzare nella sala divertendosi con il suo gioco preferito e sfogare la sua vivacità incontenibile.
Le cannonate che lasciavo partire ogni giorno tra i pali immaginari della porta a vetri della sala rimbombavano di brutto, e per giocare in casa, vista la mia irrinunciabile passione calcistica, mi era stata comprata una palla di gommapiuma che non rimbalzava e non faceva rumore. Era decisamente poco gustosa dal punto di vista tecnico in quanto molto pesante e flaccida, non consentendomi quindi né di palleggiare né di calciare con forza. Dal punto di vista dei miei genitori invece era sicuramente molto efficace, poiché grazie a quell’espediente, avevano evitato che io massacrassi i timpani dei vicini a ogni mio tiro.
Intento a giocare la mia personale partita con un avversario fantasma, dopo due o tre dribbling al piccolo comodino a metà sala, feci una piroetta su me stesso e con il mio potente destro lasciai partire una bordata che si stampò in pieno sulla maniglia della porta.
“Oh no, traversa” pensai girandomi, imprecando teatralmente e imitando il boato del pubblico, come se quel tiro alto mi avesse fatto perdere chissà quale finale.
Ancora non lo sapevo ma quel tiro appena scagliato, con la sua traiettoria fatale avrebbe cambiato per sempre il mio destino e qualcosa mi avrebbe fatto perdere davvero. La mia verginità dalla menzogna.
L’asteroide di gommapiuma non so per quale meccanismo di sfiga gravitazionale, roteò in aria e finì sulla mensola sopra il caminetto, irrompendo sulla statica tranquillità dei vasi d’antiquario di mio padre. Un malcapitato bricco da tè cinese dalla datazione ignota che se ne stava acquattato in un angolo fu colpito in pieno.
Aveva retto per anni, magari per secoli, alle asperità orientali di ogni tipo. Forse aveva viaggiato su interminabili carovane di yak lungo i pendii scoscesi al confine del Tibet, oppure aveva ondeggiato dolce su un sampan lungo il fiume azzurro. Probabilmente aveva tremato sotto i cannoni giapponesi della seconda guerra mondiale e resistito a decine di scambi di proprietà e strette di mano.
Purtroppo per lui per qualche motivo karmico finì sulla mensola del nostro salotto e per sua sfortuna non resistette all’energia cinetica che dal mio piede era arrivata fino al suo corpo fragile. Dopo migliaia di chilometri di sudore, dopo aver visto passare panorami incantati di ogni tipo, la furia mietitrice del mio amico in gommapiuma si era abbattuta su di lui. Traballò un po’ incerto sul ciglio del vuoto, poi si lasciò andare al suo destino. Cadde e si frantumò.
In seguito all’urto violento al suolo si potevano distinguere tre cocci di grandi dimensioni, più migliaia di microscopiche briciole di materiale fini come la polvere.
Senza pensarci un attimo mi girai di scatto verso la porta. La punizione di mia madre era in agguato e sapevo che sarebbe stata esemplare. Probabilmente il divieto di giocare a calcio a tempo indeterminato.
Passò qualche infinito istante. Sbattei gli occhi in una raffica di incredulità. Niente. Nessun rumore, nessun urlo, neanche un misero scappellotto. Mia madre non si era accorta di nulla. Forse il boato dell’aspirapolvere era riuscito a coprire il mio misfatto.
Decisi così in fretta, di puro istinto, che tutto quello che era successo sarebbe rimasto un affare privato tra me, il mio pallone e il disgraziato bricco cinese.
Presi i frammenti rimasti e corsi in camera più in fretta che potei, nascondendo i tre grossi corpi del reato in un armadio, sotto la pila dei miei vestiti. Più avanti, magari con il favore dell’oscurità, sarei uscito quatto quatto e mi sarei liberato definitivamente dei resti.
Mi diressi poi veloce come un fulmine in terrazza, presi la scopa e la paletta per lo sporco e ripulii minuziosamente il luogo del delitto da ogni prova residua, gettando la sottile polvere incriminante nel cortile.
Ecco fatto, nessuno mi avrebbe beccato. I miei avevano decine di oggetti su quella mensola e non si sarebbero certo accorti della scomparsa di un misera tazza orientale. Eravamo salvi io e le mie partite a pallone.
Dopo i primi attimi di smarrimento che avevo passato, avvertii che qualcosa stava cominciando a solleticare delicatamente il mio Ego.
Aver avuto riflessi di reazione così pronti e repentini e il gusto dolciastro di farla franca, mi facevano provare un senso di godimento interiore. Una sensazione di controllo totale sugli eventi. Io sapevo e gli altri no. Se mi fossi tenuto il segreto, se non ne avessi parlato con nessuno, su questa terra sarei stato l’unico a sapere cosa era successo veramente. Magari qualche tempo dopo si sarebbero di certo accorti della sparizione; già allora però capivo che la memoria umana è breve e fallace, pertanto mi sarei potuto nascondere facilmente nei buchi temporali delle ripetitive abitudini quotidiane.
Con il passare dei giorni avrei avuto modo di costruirmi con pazienza un alibi inossidabile. Gli sguardi si sarebbero incrociati interrogativi, ma la colpa non sarebbe andata a nessuno. Nessuno avrebbe avuto la sicurezza di pronunciarsi sulla dinamica esatta degli eventi, e senza certezza non ci sarebbe stata neanche una sentenza. Sarei stato inattaccabile.
Il fine settimana procedette secondo i miei piani. Nessuno si era accorto del fantasma cinese e l’ansia circospetta che mi attanagliava il cuore, lentamente si stava trasformando in quella spavalderia fiduciosa che tutto sarebbe andato liscio.
Tutta la mia presunzione crollò il lunedì a pranzo, al ritorno da scuola.
Mia madre mi fece sedere al tavolo con il mio bel medaglione di manzo e un purè di patate fumante di contorno. Adoravo quel piatto e niente mi faceva presagire il peggio.
Tra un boccone e l’altro però, cominciò inaspettato l’interrogatorio. Dapprima erano solo insinuazioni vaghe e mi fu facile tenere duro, negando tutto stoicamente. Poi la pressione si fece sempre più asfissiante e cominciai a sentire il caldo fiato dell’accusa sul collo. Iniziai a deglutire sempre più con fatica e quel pasto succulento pian piano si fece un incubo.
Alla fine crollai miseramente. Dovetti cedere proprio all’ultima forchettata. Ammisi tutto e vuotai il sacco.
Dopo la confessione, con la coda tra le gambe aspettai mesto il cataclisma davanti al piatto vuoto. Guardavo il cielo sopra mia madre scurirsi, a preannunciare l’inizio alla furia. Chissà quale ira di Dio mi attendeva, quale ciclone di urli avrebbe spazzato via i miei capelli biondi.
In realtà la punizione fu molto meno chiassosa di quello che mi aspettavo, ma molto più umiliante. Avevo deluso mia madre. Lo vidi dall’espressione dei suoi occhi. Questo mi bastava. Poi lo sconforto si tramutò in ordinanza effettiva, quando mio padre tornò la sera dal lavoro e in una riunione di famiglia fu deciso di vietarmi di giocare a calcio per un mese.
Capii così che la bugia portava in sé la possibilità di un vantaggio a breve termine, ma anche il rischio di poter perdere qualcosa se scoperti. Nel mio caso un mese di spensierate pallonate primaverili.
Passando gli anni poi approfondii la questione, cominciando a capire che da adulti dire sempre la verità sarebbe stato disdicevole, qualcosa di socialmente indesiderabile. D’altronde noi tutti sappiamo bene che se cominciassimo a vomitare sempre quello che ci passa per la testa, in poco tempo saremmo odiati dalla maggior parte delle persone, saremmo emarginati, rifiuti sociali da tenere lontano dagli occhi e dalle orecchie.
Durante la nostra esistenza da menzogneri ci sono concessi solo alcuni sprazzi di candida e infantile verità; “In vino veritas” dicevano i latini, per sottolineare lo stato di ebbrezza necessario per addentrarsi nella selvaggia e intricata giungla della sincerità.
Afferrai quindi il concetto che la menzogna faceva parte del tessuto sociale e bisognava adattarvisi, imparare in qualche modo a conviverci. Il nodo da sciogliere stava dunque nel capire quando era giusto dire la verità e quando mentire. Questo mi causò un ulteriore confusione, perché notavo che non sempre dicendo la verità si otteneva un beneficio, anzi. Molto spesso succedeva proprio il contrario.
Così se la mia prima volta avevo perso la verginità in maniera timida e impacciata, più in avanti con l’età, come a tutti noi capita, spesso mi lasciai andare alla lussuria più sfrenata, raccontando frottole a ripetizione su ogni argomento.
Fu l’incontro con un mio paziente che feci molto tempo dopo che mi aiutò a chiarire del tutto la questione.
Il tizio aveva un sorriso tagliente con cui sminuzzava le incertezze altrui e la pelle sempre ben rasata, cordiale e profumata. Aveva un’infinita fiducia in se stesso, dote che lo portava spesso a sottostimare le conseguenze reali della sue azioni.
Manipolava l’arte profana della bugia come un vero professionista. Mentiva sul lavoro, mentiva in società, mentiva nelle relazioni, mentiva sempre e comunque. Un Picasso del raggiro, che deformava la realtà a piacimento e tinteggiava racconti farseschi di incredibile veridicità, tanto bravo da esser riuscito a costruire una carriera intera con le sue opere di mirabolante falsità. Da essere umano perfettamente socializzato aveva anche imparato a governare a pieno il suo sistema simpatico; nel susseguirsi delle fandonie, l’imbarazzo e il balbettio stentato avevano lasciato il passo a un volto persuasivo e a parole nette ed essenziali. Gestiva le mediazioni e le comunicazioni con il potere oscuro del raggiro, diventando così bravo da riuscire a ottenere quasi sempre un guadagno dalle sue bugie; nel suo personale grafico del successo le vincite erano alle stelle e le perdite erano solo ricordi lontani e sbiaditi.
Il nostro rapporto terapeutico fu molto proficuo, ma quello che imparò di più in termini assoluti fui sicuramente io. Dopo averlo conosciuto il potere della forza mi si disvelò del tutto.
Insomma se io in materia di falsità ero un misero apprendista che volteggiava la sua piccola spada laser a casaccio, lui era un maestro Jedi, di più, era Dart Fener in persona.
La sua vita, pur costruita su un castello di fandonie, risplendeva del bagliore intenso del successo. Promozioni a catena sul lavoro, moglie e figlie bellissime, amanti vogliose a profusione, sorrisi da copertina e tappeti rossi a ogni passaggio. Era un camaleonte che mutava la pelle squamosa a piacimento, mimetizzandosi alla perfezione tra i colori cangianti delle nostre apparenze. Aveva costruito dei bastioni di rispettabilità solidi e inespugnabili, nessuno aveva mai osato neanche scalfire il prestigio di leader e marito guadagnato negli anni.
Dopo anni di matrimonio e infiniti tradimenti, la passione in casa sua non esisteva più, ma la moglie, pur sapendo delle sue continue scappatelle, trovava sempre in cuor suo la forza di perdonarlo, affascinata e piegata ogni volta dal potere infido del marito stregone.
Il destino però si sa è spesso beffardo, e dopo infinite spasimanti collezionate dal bugiardo incallito, ne giunse una che decretò la sua rovina. L’ultima arrivata fu l’Elena che fece crollare le sue personali mura di Troia.
In quel periodo il lavoro stava vivendo un periodo di stanca e le sue giornate, da sempre animate da donne e da denaro, stagnavano in una pacifica palude di immobilità. Tutto cambiò in un lampo con l’arrivo di un’ammaliante e giovane collega di ufficio.
Una nuova preda era entrata nel campo visivo dei suoi occhi famelici e pensò che non avrebbe tardato molto a farla sua. Avrebbe conquistato un altro trofeo con facilità, allontanandosi poi ai primi abbracci d’amore vischiosi della nuova partner. Aveva seguito questo iter decine di volte e non aveva mai fallito.
Le sue mani ambigue cominciarono così ad accarezzare languide la schiena della collega a ogni riunione e le parole si fecero sempre più ammiccanti e maliziose. Gli isolati sguardi che all’inizio della conoscenza erano di distante e gentile formalità, pian piano, con il passare del tempo, diventarono più complici e furtivi. Fu in questo modo che si aprì una breccia tra le resistenze sguarnite e la preda, come previsto, cadde.
Iniziarono così una relazione. La passione veniva consumata nelle camere degli squallidi motel di provincia, tra le pieghe di ribellione che il mondo esterno concedeva loro. Erano animali in fuga, scappavano dal mondo e dalla paura di essere scoperti. L’adrenalina era sempre a mille e questo era il carburante che incendiava le loro vite. Ma le cose si sa non durano per sempre e il tipo si trovò ben presto a un bivio.
L’amante dopo mesi di relazione iniziò a fare pressioni sempre più insistenti perché lasciasse la moglie e le figlie. La moglie invece non del tutto certa ma sospettosa, cominciò a torchiarlo con lunghi ed estenuanti interrogatori sui suoi sempre più frequenti ritardi. La cravatta che indossava ogni giorno si era fatta sempre più stretta, l’ossigeno stava arrivando alla sua materia grigia con più difficoltà e i pensieri si erano fatti sempre meno lucidi. Ovviamente lui avrebbe voluto continuare la sua doppia vita. Mentire a entrambe le donne gli era sempre parsa la soluzione più giusta. D’altronde abituato da sempre alla ricerca del massimo beneficio possibile, non desiderava né lasciare il caldo e sicuro tetto coniugale, né il bollente e sensuale letto del tradimento.
Riuscì a temporeggiare e a giocare a scacchi per mesi, ma l’ultima sua difesa crollò quando l’amante gli fece scacco matto con una mossa da grande maestro internazionale. Prima di lasciarlo definitivamente, stanca dei suoi tentennamenti, rosa dal risentimento telefonò alla moglie vuotando il sacco, dando così la spinta al primo tassello del domino che iniziò a far cadere a una a una tutte le certezze di una vita.
Le crepe causate dalla scossa sismica si aprirono veloci e diventarono voragini che presto lo inghiottirono. Aveva sottovalutato il potere del lato oscuro della forza, avrebbero detto in guerre stellari, aveva cominciato quindi a subire il suo destino.
Perse l’amante, perse la moglie e le figlie, perse la casa e stava per perdere anche il lavoro.
Il cataclisma spazzò via la vecchia vita e distrusse tutte le sue sicurezze, cambiandolo per sempre.
L’uragano che lo aveva travolto lo trascinò su una strada nuova e mio malgrado ne fui coinvolto anch’io.
Dopo la tempesta, dopo la distruzione, la disperazione lascia sempre il posto alla calma delle nostre riflessioni; l’orizzonte prima torbido così si fa terso, permettendo di vedere di nuovo lontano. È quello il momento giusto per scrutare nuovi confini prima inesplorati.
Lui riuscì a far ripartire in qualche modo la sua barca malandata. Io me ne rimasi al porto da dove era partito a osservare la devastazione e le macerie che aveva lasciato. Fu la mia fortuna, nella sua desolazione trovai lo spunto per dare un senso all’accaduto.
Fu in quel momento che cominciai a capire a pieno il potere della forza. Se prima da buon psicologo comportamentista valutavo la condotta di raggiro solo in termini di rinforzo e punizione, finalmente adesso avevo una visione con un’angolatura più ampia.
Sta a noi scegliere chi vogliamo essere sin dal principio. Se vogliamo essere verità o menzogna. Valorosi cavalieri Jedi o tenebrosi Sith.
Il mentire costantemente di certo può rappresentare un vantaggio in termini generali, ma la questione coinvolge il nostro essere in maniera più profonda.
Il tizio di cui vi ho parlato ad esempio aveva mentito per una vita, traendone numerosi benefici; poi vi era stata la disfatta, ma questa in definitiva poteva anche esser stata causata solo da un’eccessiva avventatezza o da un errato calcolo del rischio.
La realtà dei fatti però è un’altra e come detto è ben più intima e complessa.
Ogni giorno, ogni individuo di questa terra mente infinite volte. Si mente per necessità, per educazione, per spacconeria, per imposizione, a fin di bene, per lavoro, per amore, per amicizia, per dolore, per invidia, per gelosia, per rabbia.
La verità è che viviamo in una società costruita su basi di ipocrisia. La realtà è che avvolti dalla calda coperta della menzogna, non riusciamo più a mostrarci nudi nella nostra integrità morale. L’essere umano è cosi abituato a mentire, che di fronte all’importanza di un sentimento preferisce la sicurezza ingannevole della scorciatoia. Pensiamo sempre a come cavarcela nel migliore dei modi, senza pensare qual è la radice che ci tiene agganciati al nostro Io più autentico.
La conseguenza ultima dello sparare balle a raffica è che lentamente e inesorabilmente perdiamo il contatto con la nostra vera identità. Un giorno ci guardiamo allo specchio e non ci riconosciamo più. Vediamo la nostra personalità crivellata di colpi e precipitiamo nella confusione. Dalla confusione arriva poi inevitabile il caos esistenziale.
Sarebbe già una svolta cominciare ad apprezzare il coraggio altrui nel dire la verità. Chi ci sbatte in faccia la realtà dei fatti il più delle volte ci fa molto male. Lo schiaffo fa sanguinare il nostro orgoglio e distrugge le nostre speranze.
Dopo aver curato le ferite però dovremmo ringraziare chi ci dice la verità. Chi ha il coraggio di spogliarsi davanti a noi anche se sa che quello che vedremo potrà non piacerci. L’esercizio della verità è sempre un azione nobile, che andrebbe premiata con la nostra gratitudine.
Sarebbe bello poi cominciare questo percorso di liberazione in prima persona, ripulendoci dalla sostanza oleosa che impiastra le nostre esistenze.
Per molti dire la verità è terrorizzante, per altri meno, per tutti è mai troppo semplice. D’altronde però non esiste coraggio senza prima aver provato paura. È quando il terrore diventa più grande che comincia la gioia di avercela fatta.
L’esercizio quotidiano della verità è fondamentale per effettuare la purificazione interiore dalla nostra spazzatura esistenziale e liberarci dal peso nauseabondo che sporca le nostre coscienze continuamente, rendendole stanche e malate.
Tutti noi immaginiamo la serenità abbinata alla leggerezza e effettivamente appropriarsi della verità significa alleggerirsi. Togliere i pesi derivati dalla menzogna e gli scheletri dai nostri armadi, ci farà apprezzare in via definitiva il contatto profondo con la nostra intimità levigata dalle scorie.
Il momento che aspettiamo e di cui parlo, è quello in cui la nostra bocca riesce ad aprirsi e le nostre parole sono esattamente in sintonia con il nostro essere, con le nostre emozioni più profonde, con il nostro vissuto più vero. Meravigliosamente nudi, senza più vestiti sporchi.
Se comunichiamo chi siamo veramente, finalmente chi ci starà di fronte, chiunque esso sia, riceverà una lettera di pulizia verbale e di onestà. Solo aprendo una busta piena di verità, l’altro potrà veramente vedere con chiarezza il nostro mondo e decidere se quello che trova può essere anche un po’ suo. Se così invece non sarà. Se deciderà che quello che legge non gli piace o è troppo duro. Se deciderà che la luce brillante della sincerità è troppo per i suoi occhi. Magari chiuderà la busta e deciderà di andarsene.
In quel caso allora non ci resterà che rimanere da soli. L’unica scelta possibile sarà guardare andar via chi non ha accettato l’autenticità delle nostre parole. Di certo tra i solchi scavati dalle lacrime per la perdita crescerà qualcosa di più grande. Un verde germoglio con fiori di speranza e fronde di libertà. La compagnia migliore. La nostra dignità.